Google Panda: temuto anche in Italia?

google panda update

Ufficialmente denominato Panda Update (dal nome dell’ingegnere che maggiormente ci ha lavorato), l’ultimo radicale cambiamento dell’algoritmo di ranking di Google sta facendo parlare di sé da fine febbraio un po’ in tutto il mondo. Rilasciato inizialmente negli Stati Uniti, Panda ha impattato sul 12% delle query riducendo enormemente la visibilità di numerose “content farm” (di qui anche l’appellativo di Farmer Update coniato da Danny Sullivan), ovvero quei siti caratterizzati da contenuto non per forza creato in maniera automatizzata ma di bassa qualità e duplicato in parte o in toto su altri siti. Portali da sempre utilizzati per pubblicare testi spinnati per costruire matrici di link o per promuovere link di affiliazione, hanno visto la loro presenza nelle SERP diminuita anche del 90%. È il caso di EzineArticles e HowToDoThings, per esempio, ma anche Business.com o Mahalo, human search engine costretto a ridurre di diverse unità il proprio organico dopo che la mannaia di Mountain View è calata sui suoi posizionamenti.

Esente da questo repulisti, da Google considerato efficace e quasi del tutto privo di vittime innocenti, era rimasto stranamente eHow.com, il noto sito in cui trovare le più disparate istruzioni per fare qualunque cosa (anche le più inutili). Ma si è trattato di un’immunità effimera. Con l’espansione di Google Panda nei paesi anglofoni e su tutte le query in inglese su ogni versione locale del motore di ricerca, l’algoritmo è stato raffinato per un altro 2% delle ricerche e i siti scampati alla precedente ecatombe sono stati falcidiati. Non sono state penalizzate tuttavia solo le content farm: a fare le spese dell’update sono stati anche portali di tecnologia, che, pur non presentando contenuto chiaramente copiato, non offrivano valore aggiunto a quello già disponibile su altri siti. E la cosa è risultata di certo preoccupante per molti piccoli webmaster come per forti network editoriali italiani che guardano con apprensione al rilascio nel nostro paese.

Intanto, la comunità SEO internazionale, tra conferme e mezze parole di Google, sta cercando di ricostruire cause ed effetti per cercare di riparare i danni. Quanto si è appurato con sufficiente sicurezza al momento è che la presenza su un sito di contenuto di bassa qualità (non utile, scritto male, non unico, con poco testo) causa cali di ranking per tutte le pagine, anche per le pagine rilevanti, e che è particolarmente importante l’esperienza dell’utente: design, usabilità, rapporto tra pubblicità e contenuto, percezione del brand.
Proprio le metriche legate agli utenti, assieme a quelle sociali, faranno la differenza ora e nel futuro. Il comportamento dei visitatori all’interno delle pagine del sito e come i contenuti sono ripresi e condivisi nei canali Social, sono fattori che sempre di più contribuiranno nella valutazione, da parte dei motori, della bontà del contenuto. Per questo i motori guarderanno sempre più a parametri meno suscettibili di essere oggetto di spam. Eric Enge, per esempio, sostiene che già con Panda Google abbia aumentato almeno del 20% l’influenza dei fattori di user experience nell’algoritmo di ranking, e i brevetti che hanno per oggetto il comportamento degli utenti sono tanti e probabilmente già in uso (basti pensare al noto “Ranking documents based on user behavior and/or feature data” in cui compare il modello del Reasonable Surfer).

In Italia c’è già chi segnala cali di traffico (soprattutto tra chi ha il server negli Stati Uniti), ma si tratta per ora di casi isolati e i maggiori indiziati a essere colpiti (aggregatori, e anche noti network di blog dai contenuti tutt’altro che eccellenti) sembrano non aver accusato perdite di posizionamenti.
Nell’attesa che Google Panda si propaghi anche nei risultati di ricerca in lingua italiana, la direzione è molto chiara: il nuovo great content, utile, apprezzato, di qualità, sarà sempre di più e saldamente al centro di una buona strategia SEO.


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Ecommerce Manager, Terranova